Assertività e Umanità, diventare se stessi attraverso un percorso di coaching.


“Umuntu ngumuntu ngabantu”
Una persona è persona attraverso gli occhi di un’altra persona
Detto africano


1. Introduzione: brevi cenni sul coaching.
Il coaching è un metodo di sviluppo delle proprie potenzialità, volto al miglioramento della situazione attuale: il coach accompagna infatti la persona che sta attraversando un cambiamento o sente che deve cambiare qualcosa nella propria vita ma non sa come, aiutandola a definire la meta e la rotta da seguire. Via via durante il tragitto si stabiliranno le tappe intermedie da raggiungere, sperimentando così le proprie competenze, misurandole con le novità che si affrontano.
L’elemento che mi affascina maggiormente di questo strumento è quel movimento discreto e raffinato che fa emergere le risorse sopite, le solleva rendendole visibili. La persona (il coachee) si interroga e ricerca le risposte, si apre al cambiamento e a raggiungere obiettivi rilevanti per la propria realizzazione.
Come un vaso d’argento opaco e impolverato che torna a splendere e luccicare, pronto ad accogliere al suo interno oggetti, fiori o frutta, senza i quali era solo un recipiente vuoto. Il significato del suo esistere trova completamento. Il coach soffia via la polvere, lucida e ammira la bellezza che si manifesta in tutto il suo splendore.
Il coach è un maieuta, che assiste, accompagna, sostiene il coachee nel proprio sviluppo e realizzazione personale. Attraverso le domande e l’ascolto fa emergere quello che già c’era, ma che stava sopito.
Cambiare in tal senso, riappropriandosi delle proprie caratteristiche, attitudini e passioni, significa accettarsi e apprezzarsi per quel che si è. Portare luce e movimento laddove c’erano buio e immobilità.
E’ un viaggio verso se stessi.
Come predicava l’oracolo di Delfi: Conosci te stesso, soltanto così potrà avvenire l’accettazione di se’ e il cambiamento.


2. Espressione dei bisogni
Conoscersi e accettarsi implica riconoscere anche i propri bisogni.
Come esseri umani, ciascuno di noi ha alcuni bisogni fisiologici fondamentali. Quando essi non vengono soddisfatti, noi avvertiamo uno stato di deprivazione che ci conduce a sentimenti negativi, la cui gravità è proporzionale al tipo di bisogno inappagato. Maslow, esponente di spicco della “psicologia umanistica”, negli anni ’50 aveva rappresentato tale condizione con una piramide, tuttora utilizzata per spiegare cosa ci succede quando una nostra istanza viene calpestata.

La piramide va guardata dall’alto verso il basso. In cima vi sono i bisogni che hanno a che fare con la nostra identità e autostima, via via a scendere si va verso i bisogni più profondi, fino quelli “vitali”, che hanno a che fare proprio con la nostra percezione di incolumità e sopravvivenza.
Si pensi al bisogno di cibo, di un tetto sotto cui dormire, ecc. Quando rischiamo in tale ambito, l’emozione che ne scaturisce è di forte ansia.
Rivoltando tale teoria in positivo, possiamo affermare che il soddisfacimento di istanze profonde accresce la nostra autostima e a cascata ci porta a consolidare emozioni positive legate alla nostra esistenza. Riuscire a esprimere e perseguire i nostri bisogni, agire in ascolto di essi, ha effetti benefici sul nostro stato psico-fisico.
Perché allora non imparare a farlo?

3. Il comportamento assertivo
I primi scritti sul c.d. addestramento (o training) assertivo risalgono alla metà del secolo scorso. Uno psichiatra americano, Salter, introdusse degli esercizi nelle terapie dei suoi pazienti, che si articolavano in comportamenti volti a esprimere le proprie emozioni, rendere la gestualità coerente con i propri stati d’animo, esercitarsi a esprimere un’opinione contraria a quella dell’interlocutore, declinarsi sempre in prima persona con l’uso dell’”io”. Tale procedura veniva dallo stesso Salter applicata come punto di partenza nella cura di qualsiasi patologia o inibizione.
Negli anni successivi altri studiosi si dedicarono a temi affini (Wolpe, Moreno, Kell, Lazarus, Bandura, Alberti, Emmons, ecc.), tuttavia quando si parla di comportamento assertivo, non si deve pensare a una “scoperta moderna” ma probabilmente a un aspetto già presente e insito nell’essere umano e che, grazie alla ricerca, dispone oggi di più precisa e sistematica descrizione.
Il termine “assertività” deriva:
- dal latino “asserere” (affermare),
- dall’inglese “assertiveness”.
L’obiettivo generale di uno stile di relazione assertivo è quello di creare rapporti interpersonali positivi e chiari; significa avere contatti basati sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione e nello stesso tempo saper affrontare con serenità ed efficacia anche situazioni problematiche.
E’ la capacità di far valere i propri diritti rispettando quelli degli altri, attraverso una comunicazione chiara, diretta e, al tempo stesso, coerente e completa sul piano verbale e non.
In via schematica pertanto le caratteristiche sono:
• la difesa dei propri diritti (compresa la capacità di rifiutare richieste irragionevoli);
• la capacità di iniziare, continuare e portare a termine le interazioni sociali, possibilmente con facilità e a proprio agio;
• l’espressione dei sentimenti (con se stessi e con gli altri);
• l’abilità nel risolvere problemi e soddisfare bisogni personali come il chiedere favori, avanzare richieste;
• l’indipendenza, intesa come capacità di resistere attivamente a pressioni e influenze individuali o di gruppo nella direzione del conformismo, dando voce alle proprie credenze e opinioni.
Per comodità espositiva si parla solitamente di un continuum che va dal comportamento passivo al comportamento aggressivo e nell’area intermedia si situerebbe il comportamento assertivo. In realtà quest’ultimo è distinto rispetto agli altri due.

 

4- Il comportamento passivo
Il comportamento passivo è tipico della persona che subisce gli altri, è incapace di esprimere le proprie opinioni o sentimenti, fa fatica a prendere decisioni, ritiene gli altri migliori di se stessa (“io non sono ok, tu sei ok”), teme e dipende dal giudizio altrui, è incapace di rifiutare le richieste, tende a sottomettersi al volere dell’altro. L’obiettivo generale è evitare un possibile conflitto e far piacere all’interlocutore accondiscendendo alle sue richieste esplicite o implicite.
Un atteggiamento passivo consente nel breve periodo di
diminuire l’ansia che potrebbe emergere esprimendo le proprie idee (per il timore di perdere la stima o l’affetto dell’altro). Può produrre: un senso di sollievo per essere riusciti ad evitare un conflitto o una situazione vissuta come difficile; neutralizzare il senso di colpa che talvolta si associa all’esprimere un’opinione od uno stato emotivo diversi o potenzialmente diversi dall’interlocutore; ottenere un “rinforzo sociale”, poiché la persona passiva appare come disponibile e rispettosa dell’altro.
Allo stesso tempo è auto-rinforzante, poiché si può avere la sensazione di essere venuti incontro o di aver fatto un piacere a qualcuno.
Un atteggiamento passivo determina alla lunga per chi li mette in atto:
• squalifica di se stessi come persona, genitore, professionista, partner, amico, per non vedere mai realizzati i propri desideri e poco considerate le proprie opinioni;
• calo dell’autostima e dell’autoefficacia;
• elevato senso di frustrazione e rabbia davanti a desideri e obiettivi non realizzati; rischio di esplosioni di rabbia;
• sentimenti di impotenza che porta a crearsi un’immagine negativa di se stessi con la tendenza 
a isolarsi, e talvolta ad avere la sensazione che l’altro ne approfitti;
• probabilità di insorgenza di patologie fisiche e/o di origine psicosomatica (cefalea, mal di stomaco, gastriti, ecc.).
L’interlocutore a sua volta:
• proverà difficoltà nel mantenere la relazione con una persona che non esplicita le proprie idee;
• avvertirà la sensazione di prevaricare l’altro sentendosi in colpa;
• interromperà la relazione per paura di esplosioni di rabbia e aggressività.


5 – Il comportamento aggressivo
Il comportamento aggressivo è tipico della persona che tiene conto esclusivamente di se stesso e della propria gratificazione, calpesta i diritti altrui, ritiene di essere sempre nel giusto, attribuisce agli altri la responsabilità dei propri errori, svaluta l’altro (“io sono ok, tu non sei ok”), è rigido, inflessibile rispetto alle proprie posizioni, o meglio, non distingue le opinioni dalla realtà oggettiva e tenderà a dare per assolute e giuste solamente le proprie. L’obiettivo generale è “averla vinta a tutti i costi!”.
Un comportamento aggressivo consente nel breve periodo di:
• ridurre l’ansia se si ha il timore di non riuscire a ottenere quello che si vuole, dando agli altri l’immagine di sé come di persona sicura e forte,
• avere la sensazione di “potere”, di avere la situazione e l’interlocutore sotto controllo,
• avvertire il rinforzo sociale, ossia di venire apprezzato perché si appare come persona capace di ottenere ciò che vuole.
Tale condotta nel tempo determina per chi la agisce:
• l’assunzione di un atteggiamento costantemente improntato alla difesa e all’attacco che talvolta porterà a doversi scusare eccessivamente provando senso di colpa e di vergogna nei confronti di chi ne è stato la “vittima”;
• senso di stanchezza e di spossatezza perché aggredire, sostenendo posizioni anche difficili da portare avanti dovendo prevedere le mosse dell’altro, costa fatica;
• progressivo isolamento sociale;
• stress costante dovuto alla sensazione di essere sempre in pericolo o comunque di non essere accettato;
• insorgenza di disturbi di natura psicosomatica (emicranie, ulcere, gastriti, abuso di sostanze tranquillanti, insonnia).
L’interlocutore sarà portato a:
• esitare di fronte a una persona che assume un comportamento imprevedibile;
• sentire di non essere accettato;
• interrompere la relazione per l’eccessivo livello di stress.


6- Il coaching come metodo per sviluppare l’assertività
L’assertivo vive dunque nel qui e ora rispetto al proprio mondo interiore e in consonanza con quanto avviene fuori. Ha raggiunto un alto livello di consapevolezza delle proprie istanze (o bisogni, per dirla con Maslow), e ha intrapreso proficuamente un percorso di accettazione, apprezzamento e cambiamento personali. Il coaching si rivela un ottimo strumento per affrontare questi passaggi. Il coachee avrà affrontato la sua “crisi di auto-governo”, avrà compreso il suo presente percepito, quali sono le sue qualità che vuole (e può!) tener presenti nella vita, che d’ora in poi affronterà con una chiarezza e una coerenza nuove.
Avrà inoltre incrementato proficuamente il livello di autostima.
La persona assertiva riuscirà così a seguire la propria strada, in modo sostenibile rispetto alle sue emozioni a cui potrà sempre dar voce, ai suoi punti di vista cui non dovrà rinunciare, pur accogliendo e tenendo presenti quelli dell’altro o degli altri.
L’assertività esprimerà sicurezza e legittimazione nei comportamenti e nelle posizioni assunte. La persona sarà inoltre in grado di scegliere in modo pienamente conforme a se stessa e dunque godendo di un forte senso di libertà.


7. Assertività e umanità.
L’assertività in un’ottica più ampia può considerarsi una sorta di declinazione della parola “umanità”. La persona che può finalmente lasciar cadere la corazza, perché si sente al sicuro nell’esprimere ciò che pensa e sente, si porrà davanti al prossimo in modo sincero e trasparente. In empatia. L’altro avvertirà una risonanza interiore che farà sì che anch’egli difficilmente avrà bisogno di attaccare o sottomettersi. L’assertivo non giudica, non prevarica, né manipola. Propone un livello di relazione franco e alla pari.
E’ il riconoscere l’altro come persona. “Alla fine siamo tutti esseri umani, ci sono molte cose per le quali dipendiamo l’uno dall’altro, e per la nostra sopravvivenza sono indispensabili il sostegno e la comprensione reciproca” (Michael L. Emmons in “Your perfect right: a guide to assertive”).
Ritengo che la collettività godrebbe di preziosi benefici nel perseguire un’educazione sentimentale in tal senso. Riuscire a riappropriarsi di ciò che siamo veramente, cosa vogliamo e soprattutto cosa non vogliamo. Vivere i conflitti come occasioni di crescita reciproca, di confronto costruttivo, proprio perché volti a scambiare punti di vista senza vincitori e vinti, bensì persone degne dei propri vissuti. Relazionarsi in modo sincero, dando legittimità allo stare dell’altro, anche se diverso dal nostro.
L’assertività in questo senso abbraccia ambiti vasti e paradigmatici per una convivenza armoniosa e tollerante.
Proprio in tal senso intravedo una forte connessione con il concetto di “Ubuntu”, termine che indica quella particolare caratteristica che la cultura africana riconosce agli esseri umani, intesa come legame necessario e reciproco per esistere in quanto tali.
Desmon Tutu , arcivescovo sudafricano e attivista politico anti-apartheid, che ha vissuto in modo diretto situazioni drammatiche in cui il concetto di umanità era realmente messo in discussione, ci descrive in modo cristallino il significato di tale parola: “Gli africani credono in qualcosa che è di difficile traduzione. Noi lo chiamiamo ubuntu. Esso definisce la qualità dell’essere umano in quanto tale. Se c’è, se ne avverte la presenza; se è assente, non sfugge la sua mancanza. Implica umanità, gentilezza, ospitalità, una predisposizione a impegnarsi a favore degli altri e a essere vulnerabile. Comprende compassione e spontaneità. Riconosce che il mio essere persona è legato al tuo essere persona.”
Ecco io credo che un primo passo sia proprio diventare se stessi, persone che incarnano il concetto di umanità, proprio riconoscendolo innanzitutto in noi stessi e subito dopo nell’altro.
Come modus vivendi: collocare l’amore per se stessi in primo piano, una sorta di teoria del sano rispetto di sé con la consapevolezza che nessuno può dare all’altro ciò che non ha dentro di sé. Tutto ciò renderebbe più semplici i rapporti interpersonali facendoci vivere meglio con noi stessi e con gli altri.
Va considerato infine che l’assertività è un bene contagioso: comportandosi in modo assertivo si offre all’altro la possibilità di assumere un atteggiamento analogo. Non si tratta di “dare lezioni di assertività”, non servono le parole ma occorre agire, essere.
Diamo per primi il buon esempio: restiamo noi stessi, restiamo umani.(ANNA CASALI)

“Stay human”
Vittorio Arrigoni

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